Regione: Lazio
Datazione: XII ex.
Oggetto: Elemento architettonico
Materiale: Pietra
Funzione: Didascalia
Tipologia: Narrativa
Scrittura: Capitale
Lingua: Volgare
Collocazione attuale: Civita Castellana (VT), Oratorio della Chiesetta di sant’Antonio
Analisi linguistica
Grafia-fonologia:
'cative' riduzione del nesso consonantico -PT- > /t/; 'aiutame' dileguo di /d/ nel nesso -DJ- e passaggio /v/>/t/ in posizione intervocalica
Morfologia e sintassi:
'teneas': congiuntivo iussivo; ma nota 'aiutame' imperativo. Un uso analogo si registra nell’apertura di uno dei «Carmina Burana» 'Veni, veni, venias', 174 (CONTINI 1971, p. 15).
Lessico:
'cative' nel valore arcaico del latino 'captivus' 'disgraziato' e 'misero, infelice'. V., al proposito, Iacopone: «Se tu congregasti tanta guadagna, / de darte chevello a noi non ne caglia: / àgite pace, si pace travaglia: / facisti tal fatti, cattivo ne vaie.» 8, 19-26 (CONTINI 1960); Cecco Angiolieri: «-Doi te gaitivo, u’ di’ che nde vai? / - Entro ’g’Arezzo, a vender queste poma» 125, vv. 5-6 (MARTI 1956) e Dante: «e misimi a leggere quello non conosciuto da molti libri di Boezio, nel quale, cattivo e discacciato, consolato s’avea.» Conv. II, 12, 2 (BRAMBILLA AGENO 1995). 'Non possum' si veda anche il telamone di Ferentino 'Non posso più' 11.03.
La classificazione dal punto di vista della lingua dell'iscrizione è oggetto di discussione da decenni. Le editrici giudicano l'iscrizione e il suo testo interamente comprensibili in un contesto volgare.
Note
Le due iscrizioni incise costituiscono le vivaci battute di un dialogo tra una cariatide ed un telamone scolpiti a bassorilievo sulle facce anteriori di due basi di colonne provenienti dalla Chiesa di San Francesco ed oggi pertinenti al portale della chiesetta di Sant’Antonio, in contrada Scasato. Nella seconda metà del Novecento le due didascalie hanno goduto di una autorevole fortuna critica, non solo come oggetto di studi linguistici dato il loro carattere popolaresco descrittivo, ma anche per il richiamo fatto da Giovanni Fallani per spiegare il Parea dicer: “Più non posso” di Purg. X, 136-139 (FALLANI 1971, p. 183-187). Entrambe le figure sono accompagnate da una propria didascalia: quella della donna è collocata sotto il braccio sollevato e occupa cinque righe; l’altra, divisa in due parti dal busto dell’uomo, occupa quattro righe di cui due a sinistra e due a destra del dorso. La cariatide si trova in uno stato di conservazione migliore tranne che per il volto mentre al telamone mancano gli avambracci e le gambe; ad entrambi restano i piedi scolpiti sulle cornici inferiori. La donna indossa un vestito dalle maniche lunghe e svasate ai polsi, pieghettato nella parte inferiore e stretto in vita da una cintura; appoggia la mano destra sul fianco mentre con la sinistra tocca l’estremità della cornice superiore come per equilibrare il peso, sembra infatti portare una conca o forse una tavola di pani sul capo. L’uomo è nudo e barbuto e, a differenza della cariatide, sembra compiere un grande sforzo: non solo le dita si aggrappano alla cornice superiore ma, dalle proporzioni della scultura e dalla posizione dei piedi, si può anche supporre che le gambe fossero piegate per sostenere un grosso peso.
Bibliografia
Edizioni: MUÑOZ 1911, pp. 123-124; MUÑOZ 1921, pp. 149-150; CHINI 1929, p. 34; HERMANIN 1945, p. 132 n. 2; APOLLONJ GHETTI 1969, p. 78; CAROSELLI 1966, p. 5; CONTINI 1966, p. 14; CIMARRA 1969, pp. 15-16; CONTINI 1971, p. 15; FALLANI 1971, p. 183-187; PULCINI 1974, nr. 24, p. 212; CIMARRA 1975, pp. 7-20; CIMARRA 1978, pp. 32-33; D’ACHILLE-GIOVANARDI 1984, p. 84 nr. 189; MENEGHETTI 1997, pp. 216-217; IMAI 2002, pp. 65-67, num. 13; L. PETRUCCI 2010, pp. 156-157.
Altri studi: CAMPANA 1984, pp. 370-373.
Riproduzioni: IMAI 2002, pp. 65-67, num. 13. La foto qui riprodotta è di Luna Cacchioli. Si ringrazia l’avv. Domenico Cancilla per avere gentilmente permesso di fotografare i due manufatti.
Ultima ricognizione: 2013
Data di pubblicazione: 23.3.2020