11.06. Scala Santa e Trionfo della Morte

   

Regione: Lazio
Datazione: 1330-1370
Oggetto: Affresco
Materiale: Intonaco
Funzione: Didascalia
Tipologia: Narrativa
Scrittura: Gotica
Lingua: Volgare mediano, Latino
Collocazione attuale: Subiaco (RM), Sacro speco

Edizione interpretativa

[La Morte]: I’ so colei c’ocide omne persona,
giovane e vecchia, né verun ne lasso:
3de grande altura subito l’abbasso.
[I poveri]: Tu lasse noi che sempre te chiamemo
desiderando che ne dea la morte
6[… -orte]
[I due giovani]: Changiato se' nel viso […]
[…] tanto scolorito;
9vorria sapere chi t’à così ferito.
Chon gran dolor e con forti sospiri
sentia la morte che ferì al core
12de subito ne tolse omne valore.
[Sulla falce della Morte]: Mors malis formidabilis et bonis desiderabilis, nemini evitabilis

Apparato critico

1 Io VIGO 1901, HERMANIN 1904; son VIGO 1901; che ocide VIGO 1901; c’occido HERMANIN 1904, CRISTIANI TESTI 1982; one CRISTIANI TESTI 1982

2 giovane e vechie VIGO 1901; giovene e vecchie HERMANIN 1904; giovane e vecchie PISTONE 1925

4 lasce HERMANIN 1904, CRISTIANI TESTI 1982

9 vorrei HERMANIN 1904

10 Cho HERMANIN 1904, CRISTIANI TESTI 1982, PISTONE 1925

11 ferimmi PISTONE 1925

12 che subito HERMANIN 1904, CRISTIANI TESTI 1982

Analisi linguistica

Grafia e fonologia:

3, 12 conservazione di '-e' in protonia; 7, 10 uso di <ch> per /k/(ma cfr. rr. 8, 10 <c> per /k/); 'omne' (rr. 1, 12) con grafia latineggiante per l'esito non palatalizzato, comune in Italia mediana

Morfologia:

2 persona del presente indicativo di 1 coniugazione in '-e'; 1 persona plurale in '-emo' normali in area mediana. Si vedano, al proposito, L’Acerba di Cecco D’Ascoli: «due cieli, i quali noi chiamemo / empireo l’uno, e l’altro cristallino» L. 5 (frammento), v. 4701 (CRESPI 1927, p. 401); e la Leggenda di Santa Caterina di Buccio di Ranallo: «chiamemo quista sposa / de Christo gloriosa» v. 1723, (MUSSAFIA 1885a, p. 395). Si potrebbe tuttavia ipotizzare una corrispondenza con il moderno dialetto di Subiaco e dell’area circostante, nel qual caso chiamemo andrebbe inteso come ‘chiamammo’, essendo in area sublacense la desinenza del passato remoto '-emmu' (e '-emo' nella vicina località di Roiate) e '–imu' quella del presente. Negli antichi testi spesso non vi è una netta distinzione tra il passato prossimo ed il passato remoto, ma piuttosto una tendenza alla sovraestensione (D’ACHILLE 2012b, pp. 59-60).. Il verbo si potrà dunque interpretare come 'sempre ti chiamiamo, chiamiamo sempre te' ma anche come 'sempre te abbiamo chiamato', anche se riteniamo preferibile la prima alternativa.

'lasso' r. 2 con fricativa dentale sorda intensa /ss/ anziché fricativa palatale intensa /ʃʃ/ caratterizza sia l’area centromeridionale italiana e quindi Subiaco, sia il senese, sia i dialetti della Toscana occidentale (LINDSSTROM 1907, p. 254; CASTELLANI 2000, p. 304 e ROHLFS 1966 – 1969, § 225). La forma è documentata in testi umbri e abruzzesi (ROHLFS 1966 - 1969, § 528), si vedano, ad esempio, la «Cronaca aquilana» di Buccio di Ranallo: «Et Deo me lasse de vivere tanto» XI, 13 (DE BARTHOLOMAEIS 1907, p. 136) e in Jacopone «O Deo, ed o’ me lasse – fra i nemice sciarmato» 23 (AGENO 1953, p. 276). R. 9 condizionale in '-ia' accettabile sia come forma locale sia come voce letteraria, di ascendenza siciliana.

Lessico:

'altura' v. 3: usato figurativamente anche in Jacopone da Todi e Guittone D’AREZZO: «La superbia dell’altura ha fatte tante figliole» 14, v. 1 (Jacopne, cfr. AGENO 1953, p. 47); «sì come om, che si credia in altura / ed è caduto e tornato in bassanza» Guittone, Rime, son. (D.) 126, v. 3 (EGIDI 1941, p. 202). 'valore' v. 12: frequente nella tradizione lirica amorosa; diverse attestazioni in rima con 'core' in Giacomo da Lentini, Guinizzelli, Guittone, Cavalcanti. ferì v. 11: per il verbo ferire attribuito alla morte v. anche le didascalie del «Trionfo della Morte con Danza Macabra» di Clusone 03.04.

Note

Nell’affresco la Morte, rappresentata come uno scheletro dalla folta capigliatura e coperta dalla pelle solo sul petto, cavalca verso sinistra su di un cavallo bianco e, mentre con la mano destra brandisce una spada, con l’altra tiene una falce. Sotto il cavallo sono visibili vari cadaveri calpestati. Sulla destra del dipinto sono rappresentati quattro umili personaggi, tra i quali un anziano signore barbuto che allunga la mano verso la Morte e una donna. Sulla sinistra due giovani riccamente abbigliati; il secondo, raggiunto sul collo dalla spada della Morte, tiene un falcone nella mano sinistra. Le scritte in volgare sono eseguite in colore bianco, non inserite in cartigli, ma appoggiate vicino a chi le pronuncia. Le battute dei personaggi sono in tutto quattro: una attribuibile alla Morte, una ai poveri e due ai giovani riccamente abbigliati. In particolare, nel caso della Morte, le lettere escono direttamente dalla bocca del teschio. Le battute presentano, dal punto di vista metrico, lo schema epigrafico di tre endecasillabi rimati ABB. Una frase in latino è graffita dentro la falce della Morte. HERMANIN 1904 (p. 503) data l’affresco al 1363-1369 e da lui attribuito ad un maestro senese legato a Meo da Siena; CRISTIANI TESTI 1982 (p. 176) propone come data di esecuzione il 1362; più di recente – sulla base delle osservazioni di VAN MARLE 1923-1938 (Vol. V, p. 42) e TODINI 1989 (pp. 134-135) – ROMANO 1992 (pp. 346-349) ha anticipato la datazione, confermando maestranze legate a Meo da Siena, ad un periodo che va dalla fine degli anni trenta all’inizio degli anni quaranta del Trecento, data accolta anche in TOMEI 2000, pp. 30-33. D’ACHILLE 2012b assegna l’affresco e le scritte al secolo XIV scegliendo di non pronunciarsi per una definizione cronologica più precisa. D’ACHILLE 2012b offre nel dettaglio tutte le interpretazioni avanzate dagli studiosi che lo hanno preceduto circa l’attribuzione delle battute (v. VIGO 1901, pp. 53-54; HERMANIN 1904, pp. 509-511; COSACCHI 1965, pp. 560-571; SETTIS FRUGONI 1967, pp. 219-223; CRISTIANI TESTI 1982, p. 178 e PISTONE 1925, pp. 115-116). SETTIS FRUGONI 1967 è stata la prima a pubblicare anche la frase in latino, letta sulla falce della morte e sfuggita ad Hermanin. D’Achille fa sua l’interpretazione di PISTONE 1925 (pp. 115-116) qui accolta insieme con il testo di D’Achille nell’impossibilità di verificare l’originale.

Bibliografia

Edizioni: VIGO 1901, pp. 53-54; HERMANIN 1904, p. 503, pp. 509-511; PISTONE 1925, pp. 115-116; COSACCHI 1965, pp. 560-571; SETTIS FRUGONI 1967, pp. 219-223; CRISTIANI TESTI 1982, pp. 95-202, pp. 236-239; D’ACHILLE – GIOVANARDI 1984, p. 93, n. 221, D’ACHILLE 2012b, pp. 45- 64; fig. 1 p. 47.

Altri studi: DANTIER 1867, pp. 222-223; VAN MARLE 1931-1932, vol. II, p. 369, p. 372; DEL GUERRA-RIALDI 1970, pp. 45-46; TODINI 1989, p. 134- 135; ROMANO 1992, pp. 346-349; D’ACHILLE 1997, p. 227; TOMEI 2000, p. 30-33.

Riproduzioni: ROMANO 1992, IV, 40, 1, p. 345; D’ACHILLE 2012b, pp. 45- 64; fig. 1 p. 47.

Autori

Raccolta dati: Luna Cacchioli
Edizione: D’ACHILLE 2012b
Commento: Nadia Cannata
Edizione digitale e indici: Nadia Cannata
Immagini: Luna Cacchioli

Ultima ricognizione: 2013
Data di pubblicazione: 17 March 2020