Regione: Lazio
Datazione: 1300-1330 ca.
Oggetto: Affresco
Materiale: Intonaco
Dimensioni: l.
150 x h.
197 cm
Funzione: Didascalia
Tipologia: Narrativa
Scrittura: Gotica
Lingua: Volgare mediano
Collocazione attuale: Poggio Mirteto (RI), Chiesetta cimiteriale di san Paolo
Edizione interpretativa
Edizione diplomatica
Apparato critico
1 me NARDI 1895, MONACI 1896
3 Perduto SETTIS FRUGONI 1967, ROMANO 1985 riso D’ACHILLE 1985
4 et, no me voglia (?) SETTIS FRUGONI 1967, ROMANO 1985
5-6 No m’è cosa gra/te cosa ke si bela. SETTIS FRUGONI 1967, ROMANO 1985
6 sia NARDI 1895, MONACI 1896
7 cu CICCONETTI 1925, D’ACHILLE 1985 remutu NARDI 1895, MONACI 1896
9-10 Male po mol/lio fare a(n)cu me(no) ecc. NARDI 1895, MONACI 1896 …male no voglio fare… SETTIS FRUGONI 1967, ROMANO 1985
Analisi linguistica
Grafia e fonologia:
ke ‘che’ v. 6: <k> occlusiva velare sorda /k/ davanti a vocale palatale, tratto caratteristico degli antichi testi di area mediana (BALDELLI 1971, pp. 137-140, 275-276). <c> invece di fronte a vocali non palatali (scura v. 1, iocu v. 3, consegliate v. 5, cosa v. 6, c’a v. 7, eccu v. 10).'e(n)voglia' (v. 4), 'consegliate' (v. 5), 'voglio' (v. 9): trigramma <gli> per laterale palatale /ʎ/, sintomo di una certa “modernità grafica” (D’ACHILLE 2012a, p. 40); 'perdutu', 'risu' v. 3, 'iocu' v. 4, 'Deu' v. 7, 're(n)nutu' v. 7, 'petutu' v. 8 con conservazione di -U latina finale, normale in area mediana; mantenimento di /j/ in posizione iniziale in ‘iocu’ (Vedi, in EDV, 11.02, 11.15, 11.17, 11.19, 11.26, 12.09, 12.10, 12.12, 12.17, 12.24 (assente invece in gioia v. 3, in cui la presenza della palatale sonora inziale è dovuta certamente ad influssi culturali); conservazione di /ε/ tonica in iato in Deu; assimilazione progressiva -ND->-nn- in ‘re(n)nutu’ ‘renduto, reso’.'cosegliate’ v. 5 senza anafonesi; la mancanza della nasale (e forse lo stesso vale per e(n)voglia 4, e re(n)nutu 7) può essere dovuta a dimenticanza o a deperimento del compendio, ma anche giustificabile foneticamente data la diffusione in area laziale-abruzzese di forme quali 'coseglio' o 'cosegliare'. V. in particolare un’iscrizione cinquecentesca conservata sull’architrave del portale della chiesa di Santa Maria Assunta di Cortino (TE): «Meglio è pigliate prima el bo coseglio» (SABATINI 1996c, pp. 602-603).
Morfologia e sintassi:
'aio' v. 3: forma tipicamente mediana del presente 1a persona singolare (FORMENTIN 2009, pp. 75, 105); 'm’e(n)voglia' v. 4: 1 ps. sing. di di 'envogliare', frequente in area marchigiano-abruzzese (ROHLFS 1966-1969, § 532), ma si può escludere l’interpretazione come 'm’è voglia' nel senso di ‘desidero’, che non postulerebbe dunque una perdita del compendio per la nasale e richiamerebbe anche il 'm’è scura' del v. 1, con apocope del pronome atono (D’ACHILLE 2012a, p. 39). 'so’ ‘sono’ v. 7: esito diretto da SU(M) > so è forma normale per l'area (v. 11.06 e 11.27d), ma è anche comune all’Italia centrale, a Siena e alla Toscana orientale (LINDSSTROM 1907, p. 264; CASTELLANI 1980a, p. 403 e CASTELLANI 2000, vol. I, p. 360). ‘re(n)nutu’ ‘petutu’ participi passati deboli, normali in area mediana
Lessico:
Il lessico mostra numerose eco di natura letteraria, in particolare provenzaleggiante. Per ‘gioia’ v. 3, ‘risu’ v. 3, ‘iocu’ v. 4 v. Giacomo da Lentini, Jacopone, Bonagiunta, Guinizzelli; ‘risu’ è inoltre attestato in Quando eu stava in le tu' cathene: «çogo, risu sempre passce lui» 19, STUSSI 1997, p. 614; nel Libru di li vitii et de li virtuti: «ma perpetualmente saranu cum Deu iustu et benignu et più in pachi et in risu» cap. 136 (BRUNI 1973, I, p. 186); infine nei Proverbia Pseudoiacoponici: «ne lu plantu le lacreme, lu risu ne lu iocu» 62, BIGAZZI 1963, p. 29. V., a proposito di risu, iocu e alegretia, il particolare riscontro in Jacopone (ROMANO 1985) («perdut’à riso e ioco e onne alegrezza avire» 7.42, AGENO 1953, p. 24). Anche la iunctura al v. 2 morte dura ha quattro riscontri nelle Laude: «carne de la umana natura, / sustenni passione con una morte dura» 52.4 (AGENO 1953, p. 205); «ch’eo sto nel morire, / sento la morte dura» 15.16 (AGENO 1953, p. 53); «La morte dura me va consumanno», 68.36 (AGENO 1953, p. 282); «questa vita / e poi, a la scivirita, / dura morte me sse dìa», 21.58, (CONTINI 1960, p. 137). L’aggettivo scuro, sia nel senso proprio che nel senso di ‘amaro, triste’, ha diverse attestazioni in Jacopone: «La luna è scura, el sole ottenebrato» 50.4 (AGENO 1953, p. 198); «sì è scuro suo visaio/ che ne me fa sì angostiare!» 21.54 (AGENO 1953, p. 198); «tu vidi stare / l’omo che iace en la fossa scura» 13.6 (CONTINI 1960, p. 108). In particolare, in «vòl’ predecare; e mustreme che la mea vita è oscura, / la tua non vòl’cercare» 30.29 (AGENO 1958, p. 110) si noti come la parola oscura compare come predicativo riferito a vita (D’ACHILLE 2012a, pp. 41-42). Il termine, naturalmente è anche dantesco, in rima proprio con ‘duro’ in Inf. III,10 (queste parole di colore oscuro […] il senso lor m’è duro); XXV, 13 e XXX, 101 e 105 (E l’un di lor, che si recò a noia/ forse d’esser nomato sì oscuro,/ col pugno li percosse l’epa croia./ Quella sonò come fosse un tamburo/ e mastro Adamo li percosse il volto/ col braccio suo, che non parve men duro). Se i versi jacoponici sono certo il principale punto di riferimento del testo in questione, si notino ancora riscontri di 'iocu' e 'risu' in Giacomo da Lentini «o’ si mantien sollazzo, gioco e riso» 27.4, ANTONELLI 1979, p. 316); e nel Fiore: «vernando in quel salvag[g]io loco, / ch’ pena de·ninferno è riso e gioco» 34.3, CONTINI 1984, p. 70). Ancora in Giacomo da Lentini compare il sintagma m’è dura seguito da scura: «Sì m’è dura – [e] scura – figura / di quantonqu’eo veo» 17.76 (ANTONELLI 1979, p. 227). Anche l’aggettivo fallace è attestato in Jacopone, nel Fiore e più spesso in Guittone. In quest’ultimo è attestato il riflessivo rendersi (cfr. qui v. 9-10 rennutu), nel senso di ‘raccomandarsi con fiducioso abbandono’ a Dio e alla sua misericordia: «noi pria chiamò gaudenti, / ch’ogn’omo a Dio renduto / lo più diritto nome è lui gaudente» 32. 105 (EGIDI 1940, p. 86). Per quanto riguarda petutu numerosi i riscontri, sia mediani che meridionali (BALDELLI 1971, p. 88). I caratteri generali e la terminologia del testo sono dunque pienamente duecenteschi. Attestazioni più tarde si trovano, solo per il verbo invogliare (cfr. v. 6-7 e(n)voglia), nella Divina Commedia (Pg. XIV, v 110; Pd. III, v. 84), in Cecco d’Ascoli e in Petrarca (D’ACHILLE 2012a, pp. 42-43).
Note
Essendo la didascalia ormai praticamente illeggibile la presente edizione critico-interpretativa si basa sull’edizione di D’ACHILLE 2012a, p. 38 che a sua volta si basa sulla trascrizione effettuata da Enrico Nardi nel 1985, pp. 7-8 e su un’ispezione diretta.
L’iscrizione è dipinta nell’affresco dell’Incontro dei Vivi e dei Morti, nella parte destra della controfacciata della chiesa cimiteriale di S. Paolo (XIII secolo). Si tratta di dieci versi irregolari in rima baciata (anche se non si esclude che il testo potesse essere di poco più lungo). L’affresco è diviso verticalmente in due registri: nella parte sinistra, un personaggio coronato su un cavallo bianco – probabilmente un re – si porta una mano alla bocca; nella parte destra sono rappresentati tre cadaveri in diverso stato di decomposizione: il primo cadavere in alto, abbigliato e con le braccia incrociate, mostra ancora una certa consistenza corporea; il secondo, quasi del tutto decomposto, ha ancora visibili i capelli ed i lineamenti del volto; il terzo, infine, è uno scheletro con ossa e orbite oculari molto marcate.
La scritta volgare, di colore bianco e in maiuscola gotica, è dipinta in basso a sinistra, tra le zampe del cavallo. Le tracce di un’altra scritta, questa volta presumibilmente in latino (SETTIS FRUGONI 1967, p. 201 n. 248.), oggi illegibile, sono visibili al di sopra dei tre cadaveri. Quest’ultimo testo è disposto su dieci righe sulla sinistra e scende poi a destra, oltre il primo cadavere, di altre due righe. Sono decifrabili solo parole e lettere isolate. D’ACHILLE 2012a p. 43, trascrive in nota le parti ancora leggibili: al r. 2 … TE ALE … AUD …; al r. 4 LIBELI … ALIL …; al r. 5 ARE LO … DET; al r. 7 MULTARI … MISU; al r. 8 … ELETUSU … STU; al r. 10 FUI(S)SE(T) BU … RUTU …; al r. 11 IN MEU(M) RI …; al r. 12 …DUTU e da esse immagina che nella iscrizione il cavaliere parli rivolto ai lettori, mentre invece a pronunciare il testo latino, logicamente premesso al volgare, sarebbero i tre morti che si rivolgerebbero al cavaliere per ammonirlo sulla vanità della vita terrena. Se così fosse anche qui, come nell’Iscrizione di San Clemente edv 12.04, l’alternanza fra le due lingue sarebbe giocata sapientemente per fini espressionistici.
Il dipinto è stato spesso indicato come la più antica rappresentazione del tema dell’Incontro dei Vivi e dei Morti in area italiana (SETTIS FRUGONI 1967; BOLOGNA 1969 e ROMANO 1985). L’esecuzione non dimostra un elevato livello qualitativo – si notino l’inespressività del re, la staticità e la sproporzione del cavallo e l’anatomia approssimativa degli scheletri – e la pittura è bidimensionale. Il tema iconografico è stato oggetto di un’ampia tradizione di studi ed è documentato nel Lazio anche a Montefiascone, Atri e Fossanova, Subiaco (D’ACHILLE 2012a, p. 31 e n. 79).
D’Achille sottolinea l’interesse iconografico dell’affresco rispetto ai suoi paralleli italiani: qui un solo personaggio, e non tre come negli altri casi, fronteggia i tre cadaveri e, inoltre, manca la figura dell’eremita. Nell’affresco di Poggio Mirteto, dunque, la funzione ‘didascalica’ che normalmente spetterebbe all’eremita è svolta dalle didascalie stesse che guidano la comprensione delle immagini. Secondo alcuni studiosi questi elementi permetterebbero di collocare l’affresco all’inizio della tradizione iconografica, secondo altri sarebbero piuttosto segnali di una semplificazione del tema (BOLOGNA 1969).
Il pessimo stato di conservazione e le continue ridipinture dell’affresco non hanno consentito di ipotizzare se non una generica assegnazione al secolo XIV. Paolo D’Achille aggiunge però che al di sotto della scena è presente un Compianto su Cristo morto, datato da Ferdinando Bologna ai primi del Trecento (BOLOGNA 1969, pp. 163-164.), che è certamente posteriore all’affresco dell’Incontro, dal momento che il suo inserimento ne ha tagliato la parte inferiore. Questa osservazione consente di confermare una datazione primo-trecentesca. A sostegno di questa tesi D’Achille nota anche come, per raccordare l’Incontro ai dipinti posteriori – tra cui lo stesso Compianto – fu aggiunto un bordo porpora che corre lungo i perimetri dei due registri dell’affresco e si interrompe all’altezza dei piedi del primo cadavere, forse a causa di un ripensamento volto a non mutilare ulteriormente la zona destra, considerata in un primo momento, per errore, autonoma dal resto della scena (D’ACHILLE 2012a, pp. 34-35). Se la datazione dovesse essere confermata assumerebbero un certo rilievo gli echi danteschi del testo.
Bibliografia
Edizioni: MONACI 1896, pp. 483-506; CICCONETTI 1925, pp. 218- 227; PALMEGIANI 1932, pp. 550- 551; SETTIS FRUGONI 1967, p. 201; D’ACHILLE 1985, p. 7; D’ACHILLE 2012a, pp. 28-44; AMMANNATI-GIANCANE 2014, pp. 41-83.
Altri studi: GUARDABASSI 1872, p. 248; BOLOGNA 1969, pp. 41- 47; DEL GUERRA-RIALDI 1970, pp. 45-46; D’ACHILLE-FERRI-IAZEOLLA 1985, p. 221; ROMANO 1985, p. 405 n. 2; Trionfo 1997; D’ACHILLE-DI BELLO 1999, III, pp. 1011-1022; BATTAGLIA RICCI (20022), pp. 97- 161.
Riproduzioni: CICCONETTI 1925, pp. 218- 227; SETTIS FRUGONI 1967, p. 201; D’ACHILLE 1985, p. 7; D’ACHILLE-FERRI-IAZEOLLA 1985, p. 221; FRUGONI 1985, pp. 426- 448; ROMANO 1985, p. 405 n. 2; D’ACHILLE 2012a, figg. 1-3. La foto che qui si pubblica si deve a Luna Cacchioli. Si ringraziano la dott.ssa Giovanna Grumo, della Soprintendenza per i Beni Storici Artistici ed Etnoantropologici del Lazio, funzionario responsabile per la tutela del comune di Poggio Mirteto, e Don Franco Mezzanotte, parroco della chiesa.
Ultima ricognizione: 2013
Data di pubblicazione: 11 April 2020